Canto del silenzio

Anche se non ce ne accorgiamo, viviamo costantemente nel rumore, nel caos e le nostre orecchie, ormai abituate per sopravvivenza, non ci fanno più caso e la cosa non ci disturba neanche più ma, se venissimo da un luogo più isolato, dove regna la tranquillità e la pace, dove solo i suoni della natura disturbano il silenzio, troveremmo tutto il rumore che ci circonda notevolmente fastidioso, insopportabile. A far riposare le nostre orecchie, desiderose di moderazione acustica, oltre ad una bella passeggiata in montagna, in campagna, nei boschi o in monasteri perduti, serve una musica a dimensione uomo, come potrebbe essere il canto liturgico e il Canto Gregoriano, realizzati con le sole voci di un piccolo coro che sembra quasi portarci al limite del silenzio, che introduce ed accompagna un bisogno di interiorità e calma, che alle frenetiche giornate odierne manca del tutto.

 

 

Un canto quasi sussurrato che ci ricollega alle lontane radici di un primitivo canto originario, comune a tutti i popoli nella sua essenziale semplicità. Il canto gregoriano, essendo canto liturgico, è una pratica piuttosto antica, un patrimonio antico, probabilmente, delle prime comunità cristiane che si rifacevano alla prassi delle comunità ebraiche sparse in tutto il territorio dell’Impero Romano. Questa frammentazione portò sicuramente arricchimenti di cultura locale in modo da ramificare in forme diverse lo stesso canto liturgico, infatti assieme al canto gregoriano troviamo il canto ambrosiano (tutt’ora praticato nell’arcidiocesi milanese), il mozarabico e il gallicano facenti parte di aree spagnole e francesi.

 

 

Via via, nella storia, attraverso le diverse aree che ha attraversato, il canto liturgico si è sempre arricchito e trasformato a seconda della sensibilità dei popoli e delle comunità che incontrava. Questo tipo di canto, simile a preghiera, proprio perché meditativo e interiorizzante, usa il suono solo come riverberazione della parola, anzi del Verbo. Essendo, infatti, il Verbo luce intellettuale divina, la parola umana non può e non deve nè aggiungere imbellettamenti, nè fioriture musicali di alcun tipo perché il Gregoriano è amplificazione della preghiera. Ma l’umiltà della musica sacra non fu così incrollabile e nonostante la severità delle regole liturgiche, sbocciò il pericoloso fiorire dell’estetica. Quindi, se le parole dei canti rimasero quelle dettate dalla chiesa, così rigida e restrittiva, le melodie non si cristallizzarono e furono mutate, variate e rinnovate fino a costituire quel patrimonio ricco e stupendo che conosciamo oggi.

Questo canto, come abbiamo già detto, quasi sussurrato e prossimo al silenzio, enfasi della preghiera, rigoroso e dolcissimo è attivo interiormente. Già al primo ascolto dà l’idea di una comunità unanime che crede, pensa, sente, respira e canta insieme. Questo canto ci porta fuori dal fardello e dall’angoscia di tutti i giorni, dalla solitudine dei giorni nostri seppur in compagnia di tanta gente. La melodia disegna nell’aria e nella mente dell’ascoltatore un arabesco che si espande, portandoci fuori dal tempo. L’andamento del canto è sillabico, cioè una sillaba corrisponde ad una nota, dove le note non sono quelle che conosciamo noi oggi ma, segni detti Neumi, con sole poche fioriture su certe parole come Amen e Alleluia, tutto il resto è dettato dal rigore e regole ben precise, tanto che i musici sono considerati teorici e non cantori, in quanto il canto non era considerato un’arte ma, una tecnica, come la geometria, l’astronomia, l’artmetica, ecc… L’ascolto di brani di canto Gregoriano porta ad introspezione, interiorizzazione, un’eco dello spirito, un avvicinamento a ciò che di spirituale è in noi, contemplazione di Luce divina.

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